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  • Immagine del redattoreAssociazione Culturale La palma e l'ulivo

INTERVISTA A SEBASTIANO TUSA

Dopo la tragica scomparsa, in nome di Sebastiano Tusa parlano in tanti. Troppi ne parlano a sproposito perché, se fosse ancora vivo, non sarebbero d’accordo con il suo pensiero. Noi abbiamo deciso che ogni anno, per l’anniversario della sua morte, pubblicheremo l’intervista che Antonio Gerbino e Francesco Santalucia gli hanno fatto quando stavano scrivendo il loro libro Il patrimonio degli equivoci. Allarme beni culturali in Sicilia. Solo per ricordare a tutti quale era il suo pensiero.

INTERVISTA A SEBASTIANO TUSA

di Antonio Gerbino e Francesco Santalucia

Perché l’autonomia della Regione in materia di patrimonio culturale non ha portato la Sicilia a essere una realtà all’avanguardia?

L’inizio fu eccellente perchè le leggi istitutive furono abbastanza innovative. Il principio fondamentale del sistema dei beni culturali in Sicilia si basava sul criterio delle interdisciplinarietà da cui nacquero le soprintendenze uniche che, personalmente, ritengo sia ancora valido anche se non tutti gli addetti ai lavori sono d’accordo. Allora fu una grande intuizione del legislatore, coadiuvato da una serie di cervelli dell’epoca. Oggi il bilancio è abbastanza fallimentare e uno dei motivi fondamentali è l’eliminazione dei ruoli tecnici che ha distrutto il sistema e che oggi permetterebbe a me, da archeologo, di andare a dirigere una condotta agraria. In secondo luogo, è stato un errore rompere i ponti con lo Stato impedendo lo scambio reciproco delle esperienze. Io sono convinto, avendo studiato da un punto di vista tecnico, archeologico e antropologico, che l’endogamia porta ad un decadimento della specie. Il terzo problema, ma questo è anche nazionale, è l’instabilità politica che produce un cambiamento continuo di governi, di direttori generali, un continuo riformare e invece in questo settore la programmazione deve essere di lungo periodo.

 

Secondo lei, tutto questo è demerito esclusivo della politica?

No, è anche demerito nostro. Noi come specialisti non abbiamo avuto la capacità o la forza di incidere sulla politica, non siamo stati capaci di creare una forza d’urto, chiamiamola come vogliamo, un sindacato, un gruppo di pressione, un gruppo d’opinione, che potesse condizionare la politica o per lo meno informarla bene.

Ci sono interventi di suo padre, di Ernesto De Miro, di Vincenzo Scuderi pronunciati tanti anni fa e ancora oggi di straordinaria attualità. Forse sarebbe bastato mettere in pratica quelle idee per non arrivare alla situazione attuale?

Ai tempi di mio padre, di De Miro o di Scuderi, di Voza, di Bernabò Brea, la politica ascoltava i tecnici perché il livello della politica era più alto e si capiva l’importanza del confronto tra i tecnici che individuavano problemi e prospettive e i politici che dovevano tradurli in leggi, circolari, prassi politica.

Chi ha interesse a portare il sistema dei beni culturali alla paralisi? È solo frutto del decadimento della politica o ci sono altri interessi, altre resistenze?

Chi ha questo tipo di interesse non lo so dire ma posso avere dei sospetti sulle grandi concentrazioni, sui grandi poteri economici immobiliari, i grandi poteri legati ai lavori pubblici, le grandi imprese che hanno sempre considerato le soprintendenze, e lo sono state, un baluardo contro i loro interessi. Oggi in tanti parlano male delle soprintendenze però, storicamente, se non ci fossero state le soprintendenze, oggi avremmo Piazza Politeama cementata e c’è chi ha interesse a scardinare questo sistema.

Qual è il ruolo della politica rispetto a questi interessi ostili alla tutela del patrimonio culturale?

Secondo me, la politica si fa strumento di questi grandi gruppi, anche a livello nazionale, per scardinare il sistema delle soprintendenze, lasciare campo libero alle speculazioni più grandi che oggi guardano all’occupazione dei suoli edificati, cioè agli interventi nei centri storici delle città con l’obiettivo di creare centri commerciali come quelli di Francoforte o di Amsterdam. Io non sono contro i palinsesti moderni nei centri storici. Ad esempio, se a Palermo nell’area di villa Deliella a piazza Croci ci fosse un edificio di pregio architettonico, mi starebbe benissimo. Mi sembra che anni fa Mario Botta avesse abbozzato un progetto che poi non si realizzò.

Qual è il futuro?

Io sono un ottimista e penso che alla fine si dovrà capire che questo Paese può avere un futuro solamente se si basa e se parte dalla cultura, da quello che ha di unico al mondo, il suo patrimonio culturale, storico, archeologico, architettonico. Questo prima o dopo si capirà e c’è anche, come elemento positivo, una certa sensibilità della gente, un pullulare di associazioni, di gruppi spontanei attraverso la rete, c’è una maggiore sensibilità nella società che potrebbe essere un fatto positivo anche in futuro se trovasse una rappresentanza politica. Bisogna elevare il livello della politica!

Torniamo al sistema dei beni culturali in Sicilia e alle sue criticità più evidenti.

C’è in atto un tentativo pericoloso di far diventare le soprintendenze organi esclusivamente amministrativi riducendole a permessifici, io invece ribadisco sempre che le soprintendenze sono organi principalmente culturali. Molti dei miei colleghi si sono appiattiti su una visione amministrativa e burocratica dei beni culturali e non hanno considerato che nel momento in cui tu dai l’autorizzazione a qualche cosa, devi ovviamente ottemperare alla legge, però devi dare anche valutazione di altra natura, devi dare una tua valutazione di compatibilità dell’opera rispetto al contesto. Spesso non siamo stati capaci di valorizzare il nostro ruolo professionale.

Parliamo di valorizzazione.

Noi facciamo bellissime mostre, inauguriamo musei eccezionali, però poi non li sappiamo comunicare, non li conosce nessuno. La comunicazione vista come valorizzazione è essenziale e per questo motivo sono stati creati i poli ma chi li ha creati non ha capito o non ha voluto capire che la valorizzazione va fatta da specialisti, gente che sa fare divulgazione, che conosce i mezzi di comunicazione di massa, sa un po' di sociologia. C’è un vizio di fondo, l’assoluta mancanza di rispetto per le professionalità. Nella mia esperienza a livello internazionale, al tavolo di organizzazione di una mostra c’era l’archeologo, il direttore, l’amministrativo, lo specialista in valorizzazione. Qui invece, con grande pressappochismo, si pensa che tutti possono fare tutto e che il parco di Selinunte possa essere diretto da un entomologo.

Passiamo alla Soprintendenza del mare, diciamo una sua creatura.

In verità, nel momento in cui nasce, si viene a creare una felice convergenza dei tre poteri fondamentali che reggono il settore: quello tecnico scientifico e professionale, quello politico e quello amministrativo burocratico. Per una corretta gestione e per una efficienza del sistema, questi tre settori dovrebbero dialogare costantemente e lavorare all’unisono e solo così si possono fare grandi cose, anche con poche risorse. Io ho sempre avuto un interesse per l’archeologia subacquea, anche se la mia formazione di base è di archeologo preistorico e penso che forse il mare è il più grande che esiste e se questo patrimonio marino non lo curiamo con attenzione c’è il rischio che venga distrutto. Trovai una sponda favorevole nell’Assessore e nel Dirigente Generale dell’epoca e la Soprintendenza del mare, alla fine del 2004, nacque.

Perché funziona e perché è ormai un’eccellenza a livello mondiale?

La Soprintendenza del mare è l’esempio di come, quando si vuole, “si può fare”, come diceva anche Barack Obama. Senza volermi troppo vantare, io ho ormai una rete internazionale, sono conosciuto in tutto il mondo e questo ovviamente è una chiave che apre molte porte ma da solo non ce l’avrei fatta. Sono riuscito a creare, trovando nelle maglie e nei meandri dell’amministrazione regionale persone con professionalità ma anche con entusiasmo e voglia di lavorare: con una trentina di persone provenienti da vari assessorati ho creato un gruppo che, devo dire, lavora molto bene, a cui io lascio molta libertà, con il quale c’è un confronto costante e dove tutti quelli che lavorano si sentono responsabilizzati. Grazie a queste mie relazioni internazionali, siamo riusciti ad avere una discreta dotazione finanziaria e siamo l’unica, o una delle poche, Soprintendenze della Sicilia che riesce ad avere finanziamenti europei non solo tramite Assessorato ma direttamente nelle call che facciamo a Bruxelles, con un partenariato internazionale di rispetto. Abbiamo avuto progetti molto interessanti, di innovazione tecnologica con università italiane ed europee, nel campo della robotica subacquea in cui abbiamo realizzato prototipi funzionali alla ricerca archeologica subacquea e tanti altri anche di notevole valore dal punto di vista della innovazione tecnologica che sono serviti da un lato per continuare ad ampliare la conoscenza di questa struttura a livello mondiale ma dall’altro a fare affluire fondi per potere vivere perché grazie a questi progetti abbiamo potuto rinnovare le attrezzature subacquee, comprare attrezzature fotografiche. Tutto questo si può fare anche perché, a livello mondiale, il brand Sicilia è molto attraente.

Quanto ha pesato la sua personale capacità di svincolarsi dai lacci che di solito la Regione impone ai suoi dirigenti?

In effetti mi giudicano un po’ un anarchico ma io in queste cose ho avuto sempre presente l’insegnamento di mio padre che mi ha sempre detto “se tu pensi che una cosa sia giusta la devi fare, l’importante è che non rubi e che non usi le cose pubbliche per tuoi fini personali; se fai le cose giuste, anche se queste cose giuste molto spesso vengono osteggiate dai tuoi superiori, falle, continua.” Ho avuto dei problemi con alcuni assessori, uno dei quali avviò un procedimento disciplinare nei miei confronti che fu archiviato perché era una stupidaggine. Ci sono stati momenti di frizione perché indubbiamente il nostro è un sistema molto verticistico e lo sta diventando sempre di più. La Soprintendenza del mare è stata accusata di avere atteggiamenti “irrituali”, di agire in maniera troppo autonoma e di fare progetti e partenariati internazionali senza informare preventivamente i vertici dell’Assessorato. Ma per fortuna persone intelligenti ce ne sono ancora, non ci sono solo cretini.



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